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[ Alcuni articoli del Foglio del 18/06/2004]

Per il nuovo giornale

Sono trascorsi circa sei anni dalla pubblicazione del primo numero di Linearossa (17 gennaio 1998). Un anno fa iniziavamo la pubblicazione dei tre numeri sperimentali de “la linea rossa per l’assalto al cielo” insieme ai compagni e alle compagne dell’Assemblea Nazionale Anticapitalista (ANA). Con questi tre numeri abbiamo propagandato i contenuti e fatto conoscere i risultati della Festa Nazionale che avevamo organizzato congiuntamente, nel mese di Agosto, a Forno (MS)
Con questo numero sospendiamo, per un periodo determinato (circa 10 mesi), la pubblicazione di Linearossa per dar vita, insieme all’ANA, ad un nuovo giornale.
Ringraziamo tutti coloro che hanno sostenuto, in vario modo, il nostro foglio. Abbiamo ricevuto lettere, articoli, informazioni, solidarietà, contributi economici. Un sostegno che, per il nuovo giornale, ci auguriamo possa  crescere in quantità e qualità.
Nello scorso numero di Linearossa abbiamo dovuto  salutare, per sempre, il nostro direttore responsabile: il compagno Angiolo Gracci. Questo tristissimo fatto che accompagna la sospensione della nostra pubblicazione è, per noi, una spinta in più a riflettere sul lavoro che abbiamo svolto in questi anni. Anni in cui “fare il foglio Linearossa” ha significato in primo luogo imparare, imparare e ancora imparare. “Che cosa abbiamo, imparato?” ci sembra il contenuto più giusto per l’articolo con il quale vogliamo salutare i nostri lettori e le nostre lettrici.
Dal 1998, senza contare le locandine ( 2 sull’8 Marzo, 1 sulla guerra in Iraq), i fogli “Speciale ferrovieri” fatti nel 2000 e quelli sperimentali con l’Assemblea Nazionale Anticapitalista del 2003, abbiamo prodotto 65 Fogli Linearossa. Li abbiamo diffusi in maggioranza nelle manifestazioni, nei presidi, nelle fabbriche e nei posti di lavoro dove lavoriamo e interveniamo. Facciamo regolarmente una spedizione che comprende abbonati, circoli, centri sociali e centri di documentazione.
Abbiamo dedicato molto spazio a lotte grandi e piccole, in particolare le lotte della classe operaia, per combattere l’isolamento, la denigrazione e la sfiducia che la borghesia semina tra le masse. Ci siamo occupati di lotte che avvenivano in Inghilterra come i portuali di Liverpool o il movimento dei disoccupati in Francia. Abbiamo scritto del saccheggio dei vari governi: governo di centro sinistra e di centro destra. Abbiamo scritto della società socialista, l’unica società dove è possibile mantenere e sviluppare le conquiste dei lavoratori. Dei disastri ambientali, delle morti per amianto, degli incidenti ferroviari, del processo Enichem. Della repressione che colpisce lavoratori, lavoratrici, giovani, comunisti, rivoluzionari al fine di impedire alle classi oppresse di dotarsi di determinati strumenti e mezzi di lotta. Abbiamo scritto lettere, fatto appelli e pubblicato bilanci, resoconti, volantini e comunicati di Linearossa; come abbiamo accolto lettere, appelli, comunicati, articoli di singoli e di altre organizzazioni. Abbiamo fatto articoli per l’8 marzo, 25 Aprile, 1° maggio, per il 19 Giugno, per la Rivoluzione d’ottobre, la Comune di Parigi, la nascita del Partito Comunista d’Italia. Abbiamo riportato brani di Lenin, Stalin, Mao; ricordato alcuni compagni cari che non ci sono più; fatto conoscere Tania Bunke . La Resistenza 43-45. E ancora gli insegnamenti sulla Resistenza che ci vengono da Pietro Secchia,  Arturo Colombi, Giovanni Pesce. Abbiamo dato spazio e commento l’Art. 18, la legge “Bossi –Fini”, l’attacco alle pensioni e i lavoro interinale. Abbiamo scritto sulle guerre imperialiste, sulla resistenza irachena, palestinese e sulla guerra popolare nepalese. Abbiamo scritto di Cuba, di Carlo Giuliani, dei prigionieri politici turchi e del presidente Ocalan. Abbiamo scritto sull’imperialismo e sul comunismo. Sul fascismo e l’antifascismo. Abbiamo scritto sui sindacati di regime. Abbiamo scritto sulla ricostruzione del partito comunista e sulla rinascita del Movimento Comunista.
Pensiamo che riflettere su questi fatti di cui ci siamo occupati significa, innanzitutto, aver capito la necessità di “collocarci” ed è questo la cosa essenziale che abbiamo imparato: un insegnamento necessario come l’aria che respiriamo. Collocarci tra il Movimento Comunista Internazionale e le masse, tra la lotta di classe di ieri e quella di oggi. Una collocazione che ha permesso a chi è venuto prima di noi e ha lottato per la nostra stessa causa di formare, con le larghe masse dei lavoratori e delle lavoratrici, una catena fortissima, di conoscere il mondo e di trasformarlo. Una collocazione che, ancora oggi, ci permette di formare questa catena, di conoscere il mondo e di trasformarlo verso l’unica soluzione positiva per le classi sfruttate e i popoli oppressi del mondo. Marx diceva che la coscienza è una cosa che ciascuno deve fare propria, anche se non lo vuole. Noi che vogliamo che la nostra coscienza cresca pensiamo che dobbiamo consapevolmente, nel numero maggiore possibile, in modo organizzato e al più presto collocarci e imparare attraverso lo studio e la lotta.
Con i 65 fogli di Linearossa che hanno costantemente ora accompagnato, ora dato impulso al nostro lavoro politico, abbiamo imparato questo. Il nuovo giornale avrà un nuovo nome, ma lavoreremo affinché questo insegnamento continui ad orientarci e lo stile di lavoro che ne consegue sia confermato e sviluppato.

 
Sulla tortura
Quando le torture sono troppo evidenti sui corpi dei torturati, quando ci sono troppe testimonianze, quando le immagini delle torture non si possono cancellare lo Stato della borghesia percorre generalmente due strade complementari. La prima, possiamo chiamarla particolare, è quella di punire gli abusi dimostrando in questo modo che si è trattato di azioni individuali e sporadiche, in ogni caso circoscritte e confermando con la punizione, cosa principale, l’assoluta “democraticità dello Stato”. L’altra, possiamo chiamarla generale, rientra nella più vasta, premeditata e continua campagna di “formazione dell’opinione pubblica”.
Con questa campagna, lo Stato capitalista 
-si rivolge a coloro che vorrebbero lo Stato dei padroni più buono ed umano e gridano allo scandalo quando il potere diventa troppo pesante.
A questi fa capire che non si può volere gli schiavi sottomessi e non volere l’uso del bastone! A questi si rivolge, in primo luogo, la Magistratura, dopo il fascismo, quando per non concedere l’amnistia ai seviziatori fascisti non ritenne sufficiente l’uso di sevizie, ma  richiese l’uso di “sevizie particolarmente efferate”; negli anni 80 dicendo che “se la tortura è moderata non si vede perché non debba essere cosa lecita”; oggi introducendo il concetto di tortura se…c’è reiterazione.
-Si rivolge a coloro che oggettivamente, per la loro collocazione di classe sono i destinatari delle bastonate, e hanno esperienza diretta di cosa significa , in pratica, le parole , tanto care ad A. Ciampi, sull’Etica dello Stato. Uno Stato, cioè, che per sua natura, indipendentemente da chi lo amministra, deve garantire la dittatura della borghesia: il suo dominio, i suoi profitti, i suoi privilegi.
Ma avere esperienza diretta non significa ancora avere conoscenza ed è contro questa conoscenza che lavora la campagna di formazione dell’opinione pubblica.
Ai lavoratori e alle lavoratrici si rivolgono quindi tutti dall’ esercito alla stampa, perché, come diceva Lenin nel 1918, difficilmente si trova una questione che sia stata così imbrogliata dai rappresentanti della scienza, della filosofia, della giurisprudenza, dell’economia politica, del giornalismo borghese come quella dello Stato.
E’ in difesa dello Stato sedicente democratico, intorno a questo continuo imbroglio, per mettere insieme oppressi ed oppressori, sfruttati e sfruttatori, chi si appropria (una minoranza) del lavoro di alcuni e chi è costretto (la maggioranza) a vendere la propria capacità lavorativa  che si gioca una partita fondamentale, in cui anche la tortura, come si è visto sopra,  trova la sua giusta collocazione. Durante il fascismo, ma anche ai nostri giorni, chi è stato torturato e lo ha potuto raccontare ha fatto appello, dentro di sé, per resistere, all’appartenenza di classe, alla propria coscienza politica e contemporaneamente ha alzato un muro tra sé e il nemico. Chiudersi dicono e non rispondere a nulla. Questa comprensione è la stessa che la classe dominante deve impedire in tutti i modi. Deve impedire che la lotta di classe si sviluppi, che si formi, si organizzi e acquisti coscienza il campo di tutti gli sfruttati ed oppressi ed in base a questa unità, organizzazione e coscienza si separi sempre più nettamente dal campo degli oppressori e degli sfruttatori.
-Infine si rivolge a se stessa e diventa “celebrativa”. Ricorda che dobbiamo la nostra libertà agli USA e a chi contrappone o affianca i partigiani agli USA o L’Armata Rossa agli USA dice che sbaglia per il semplice motivo che solo gli USA lottavano veramente per ristabilire  la democrazia borghese: la libertà di continuare a sfruttare e opprimere, la libertà di opporre ad una dittatura apertamente terroristica ormai allo sfascio, una nuova e vigorosa dittatura borghese. “Chi non ha memoria non ha futuro” dicono a se stessi! Chi non ha memoria di quello che le masse e i popoli, quando prendono in mano il loro destino, possono fare, chi non ha memoria di essere “seduto su di una polveriera” che può fare?  E’ solo grazie a questa memoria che tutto quello che gli imperialisti e i reazionari fanno diventa chiaro e comprensibile, tortura compresa. Per noi sempre più chiaro che la loro ostentata forza non è altro che debolezza strategica.
La tortura è una manifestazione della grande paura che la borghesia ha, la sua vittoria, al di là delle dichiarazioni ufficiali non sta nel sacrificare alcuni ( i torturatori) per salvarsi la faccia, ma, nel voler ad ogni costo stringere tutti  e nonostante tutto attorno al suo Stato.

La Resistenza irachena è cosa seria...altro che terrorismo!
Contributo letto in piazza il 25 aprile da un compagno del Comitato contro la repressione

Chi, oltre un anno fa, coerentemente si è battuto per la Pace e contro la guerra imperialista che la coalizione anglo-americana, in primo luogo, ha condotto a suon di bombe e di missili contro il regime di Saddam Hussein, provocando decine di migliaia di morti, distruzione e miseria, oggi altrettanto coerentemente non può che esprimere solidarietà e manifestare il proprio sostegno alla resistenza del popolo iracheno.
Il regime di Saddam è stato per anni sostenuto e finanziato dagli Usa, ha perseguito, tra l’altro, e realizzato l’eliminazione fisica e l’incarcerazione di migliaia di comunisti iracheni, e questo con il consenso di quanti oggi si riempiono la bocca su “democrazia e libertà”.
Saddam, una volta mostratosi non più il docile servitore di cui gli Usa hanno bisogno, è stato additato (per giustificarne l’invasione prima e l’occupazione poi) come sostenitore del “terrorismo internazionale” e detentore di armi di distruzione di massa. Due pretesti per condizionare la pubblica opinione e scatenare, così, la guerra e l’aggressione come se, tra l’altro, gli Usa potessero, non solo detenere armi di distruzione di massa, ma persino decidere chi può e chi deve possederle: loro e i fidi alleati.
E’ l’imperialismo che non può vivere senza sfruttare e opprimere e deve mantenersi con la forza in ogni angolo del mondo. E’ l’imperialismo Usa che svolge la funzione di gendarme contro l’umanità, scatenando guerre di distruzione di massa. Questo è il vero terrorismo!
Chi oggi sostiene la resistenza irachena (che ha un consistente appoggio popolare) contro gli occupanti rappresenta la continuità con chi coerentemente si è mobilitato per la pace. I pacifisti di allora sono gli stessi che oggi non possono sostenere la resistenza irachena in quanto appunto pacifisti e non invece: per la pace. Lottare per la pace vuol dire opporre la necessaria forza per contrastare chi impedisce la pace e, quando occorre, esercitare la resistenza armata che i popoli oppressi e le classi sfruttate sono costrette a fare per la propria autodeterminazione e la propria liberazione. Ciò avviene oggi in Iraq, in Palestina, come in passato è avvenuto in Vietnam o in Italia durante la Resistenza 1943-45.        
Il pacifismo, o il suddetto movimento, sottintende, invece, una concezione di resistenza passiva (nel miglior dei casi), o di sudditanza che contribuisce a disarmare politicamente e militarmente i popoli oppressi e le classi sfruttate, generando l’utopistica e irresponsabile illusione che l’aggressione imperialista passa essere sconfitta con formali risoluzioni, fiori o preghiere …
La resistenza dei popoli oppressi è cosa seria che non può essere confusa con il terrorismo o, addirittura, con lo stragismo.  Il terrorismo è una pratica che tende ad intimorire, fino a terrorizzare, le popolazioni in generale; lo stragismo aggredisce le masse popolari e nel nostro paese conosciamo, purtroppo, fin troppo bene la “strategia della tensione” e le stragi di Stato (ancora ufficialmente senza verità e impunite).
Il terrorismo e azioni devastanti come quella dell’11 settembre ‘01 o dell’11 marzo scorso, non potranno mai risolvere i problemi dei popoli oppressi e delle classi sfruttate perché solo i popoli oppressi e le classi sfruttate possono condurre in prima persona la lotta, la cui massima espressione è la guerra popolare rivoluzionaria, per la propria emancipazione fino alla completa liberazione. Lo stragismo ha in sé la distruzione, anche fisica, delle masse popolari e l’obiettivo di ricacciare indietro l’avanzata di movimenti rivoluzionari e progressisti, ostacolando lo sviluppo della lotta di classe. Lo stragismo è esclusivamente opera delle forze reazionarie al potere, come le stragi avvenute nel nostro paese negli anni ‘70 e ‘80 dimostrano, o di forze che intendono far tornare indietro la ruota della storia.
Il sistema capitalista, pur di risolvere i conflitti e le proprie contraddizioni, non esita a trascinare l’umanità nel vicolo cieco della guerra, della miseria, della distruzione, del terrore. I popoli oppressi e le classi sfruttate, per impedire simili tragedie, non possono che lottare e resistere come stanno facendo sia in Iraq che in Palestina.
Chi ieri si è sinceramente mobilitato per la pace ha, oggi, il compito di sostenere la Resistenza di un popolo che combatte contro l’invasore e contro l’occupante.
La Resistenza, proprio perché è cosa seria, … continua

 
La lotta è di classe: da Melfi
A Melfi la lotta è iniziata con i lavoratori dell’indotto (23 aziende, con circa 3.000 operai, organizzate nel consorzio Acm), con scioperi alla Lear, alla Magneti Marelli e all’Arvil contro la mobilità e la cassa integrazione. La protesta ha avuto inizio martedì 20 aprile, quando la direzione della Sata-Fiat, come rappresaglia, ha messo in libertà gli operai (per mancanza di pezzi da lavorare) senza concedere la Cig. Ai cancelli della fabbrica si sono formati capannelli e con un documento unitario dei delegati Rsu di tutti i sindacati, gli operai hanno deciso il blocco totale della produzione.
Gli operai e le operaie della Sata-Fiat, da 10 anni costretti a subire soprusi e vessazioni, con la compiacenza dei vertici sindacali nazionali, sono scesi in lotta contro i bassi salari (1.500€ in meno all’anno rispetto agli altri operai del gruppo Fiat), i turni disumani come la doppia battuta (12 notti consecutive), il supersfruttamento attraverso l’applicazione del Tmc2 (Tempi dei movimenti collegati - seconda versione) che significa aumento dei carichi di lavoro di oltre il 20%, clima carcerario in fabbrica con 9000 provvedimenti disciplinari negli ultimi 3 anni.
Per isolare e scoraggiare i lavoratori in lotta, l’azienda ha tentato di fiaccarne la volontà e di dividerli, prima mettendone una parte in libertà, poi firmando un accordo separato con Fim, Uilm e Fismic (questi stessi sindacati hanno organizzato una marcetta di 150 tra capetti e ruffiani, emulando “la marcia del 40 mila” dell‘80), infine attuando l’aggressione poliziesca e le provocazioni sugli operai “violenti e facinorosi” … Tentativi che, di fronte alla volontà ed alla determinazione dei lavoratori, sono miseramente falliti!
L’efficace lotta degli operai di Melfi, come quella degli operai del gruppo Fiat di poco più di un anno fa, evidenzia anche la spaccatura sindacale nei metalmeccanici: da una parte Fiom e Cobas a sostenere la volontà dei lavoratori, dall’altra Fim, Uilm e sindacatini gialli schierati con il padrone. Allo stesso tempo, lotte operaie come queste aprono contraddizioni e conflitti nella stessa Cgil tesa a ridimensionare ogni forma di conflitto e a subordinare la lotta stessa all’ “opposizione politica” ed alla sinistra borghese.
La lotta di Melfi ha, comunque, strappato importanti risultati sul piano salariale e normativo; risultati che sono il frutto di quella particolare e specifica lotta. I risultati sono, e non potrebbe essere diversamente, al di sotto delle aspettative rispetto ai bisogni e alla lotta dispiegata. Non potrebbe e non può essere diversamente in quanto la stessa Fiom, che anche per la forte spinta di base, ha favorito e sostenuto la mobilitazione, non è il sindacato di classe di cui necessita la classe operaia perchè non vi è quella forza politica indipendente (il partito comunista) in grado di rappresentare il centro ideologico e politico di ogni lotta e mobilitazione.

  … a Mirafiori !
Sono anni, ormai, che gli operai della Fiat Mirafiori subiscono un pesante attacco che sembra non aver fine, con la prospettiva (o la minaccia ?) del totale smantellamento dello stabilimento. Cassa integrazione ordinaria e straordinaria, mobilità, trasferimento di produzioni in altre aziende Fiat (la Punto Idea che doveva essere trasferita a Melfi a luglio del 2004 lo sarà, invece, a dicembre a causa dei 21 giorni di blocco della produzione di Melfi che hanno svuotato i magazzini e quindi, in questi mesi, sarà necessaria una maggiore produzione), continua espulsione di manodopera: in due anni alle Carrozzerie di Mirafiori l’organico si è ridotto del 50%, da 11.000 addetti nel 2000 a 5.400 nel 2004.
I programmi aziendali e l’ostinazione in una linea sindacale concertativa non hanno fatto altro che aggravare una situazione già difficile per i lavoratori, tanto in Fiat che altrove. Le risposte più significative ed efficaci all’attacco al mondo del lavoro sono pervenute, invece, da particolari e specifiche lotte e, per quanto riguarda il comparto Fiat, da quelle di Termini Imerese, dell’Alfa Romeo di Arese, della stessa Mirafiori e recentemente della Sata-Fiat di Melfi. I positivi risultati sono stati ottenuti attraverso la mobilitazione e la lotta, una strada possibile e percorribile, oltre che necessaria, anche per le operaie e gli operai della Fiat e dell’indotto della provincia di Torino.
Le lotte nei vari stabilimenti hanno mostrato l’unità, la determinazione e l’organizzazione della mobilitazione. Hanno confermato, se ancora ve ne fosse bisogno, che quando la classe operaia scende in campo, come nel caso di Termini Imerese, di Terni e di Melfi, diventa il centro ed il motore dello scontro di classe e rappresenta il principale riferimento per tutti gli altri settori popolari costretti a difendersi dall’attacco sferrato, da governo e padronato, alle loro condizioni di vita e di lavoro. In questi territori, infatti, abbiamo visto la popolazione stringersi attorno alle lavoratrici e ai lavoratori in lotta e mobilitarsi con loro.
Le mobilitazioni operaie in questi ultimi due anni hanno saputo sperimentare nuove forme di lotta e di organizzazione della lotta stessa per gridare le proprie ragioni, per difendersi meglio e per strappare risultati concreti. Così è stato, con le dovute differenze, per gli operai di Termini Imerese, per gli autoferrotranvieri, per gli operai delle acciaierie di Terni, per i lavoratori dell’Alitalia, per Melfi.
Queste importanti esperienze, ed in particolare l’ultima di Melfi, mostrano che le lotte della classe operaia, condotte a determinate condizioni, producono avanzamenti e progressi, in termini di coscienza, di organizzazione, di capacità nel condurre vertenze che ostacolano il tentativo di far pagare la crisi del capitale a settori del proletariato e delle masse popolari.
Queste lotte hanno avuto, tra l’altro, il pregio di contagiare altre realtà lavorative colpite dalla crisi; infatti un numero sempre maggiore di lavoratori si convince che bisogna “fare come all’Atm o a Melfi”. In queste settimane, così è stato ai Nuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara (Ms) e alla Polti di Piano Lago in Calabria con il blocco della produzione per giorni.
Noi partecipiamo a questa “24 ore per Mirafiori” per essere al vostro fianco nella lotta, convinti che la solidarietà ed il sostegno sono forme concrete per combattere l’isolamento e la denigrazione che i nemici, ed i falsi amici, della classe operaia diffondono ad arte contro i lavoratori in lotta.  

  (Volantino di Linearossa ed ANA diffuso a Torino il 9-10 giugno)

  Come Linearossa ed A.N.A. abbiamo partecipato, diffondendo migliaia di volantini e decine di opuscoli Fiat: - alla manifestazione di sabato 24 aprile a Melfi, manifestazione che ha visto in piazza oltre 10.000 lavoratori/trici, studenti, giovani, pensionati, casalinghe, etc.; - alle iniziative del 1° Maggio a Melfi ed alla manifestazione di martedì 4 maggio a Roma con gli operai di Melfi e del gruppo Fiat; - alla “24 ore per Mirafiori” (mercoledì 9 alla fiaccolata e giovedì 10 alla manifestazione).
Inoltre, in numerose aziende, abbiamo diffuso volantini di informazione sulla lotta di Melfi e di solidarietà agli operai per l’aggressione poliziesca subìta.

E’ disponibile l’opuscolo “Fiat - Storia di una resistenza” sulle lotte a Mirafiori contro il Tmc-2. Può essere richiesto alla redazione


Effetto Melfi …
Marina di Carrara (Ms). Dopo mesi di mobilitazione (al costo anche di 8 denunce) in difesa dei posti di lavoro, gli operai dei Nuovi Cantieri Apuania (NCA) e delle ditte di appalto hanno bloccato tutta la produzione per diversi giorni costringendo l’azienda a rivedere, per il momento, il suo piano di ristrutturazione (trasformare la produzione da grandi navi a quelle da diporto) che comporterebbe la perdita di centinaia di posti di lavoro.
La lotta, con caratteristiche simili a Melfi, ha impedito questo arrivando ad un accordo con la Società che prevede 2 nuove commesse e lavoro per tutti ancora per due anni. Una boccata d’ossigeno importante per gli oltre 1.000 lavoratori dei NCA.
Ora si tratta di iniziare ad organizzarsi per il prossimo futuro.

 

Difendere la vita di compagni Garauv, Yadhav e Alemagar
Dopo il compagno Garauv del Partito Comunista Nepalese (Maoista) [PCN (M)], arrestato in India con motivazioni pretestuose mentre era in partenza per l’Europa, dove avrebbe dovuto tenere conferenze sulla guerra popolare, nelle scorse settimane lo Stato fascista indiano ha portato a termine un altro crimine contro il popolo nepalese. Due alti dirigenti del PCN(M) sono stati arrestati in India e subito consegnati alla dittatura fascista-militare nepalese.
Grazie all’asse controrivoluzionario India-Nepal i compagni Yadhav e Alemagar sono finiti nelle mani di un regime che continua a macchiarsi di crimini di ogni genere, dall’assassinio di popolazioni disarmate alle torture, dalle uccisioni di feriti alle sparizioni dei prigionieri di guerra.
La vita dei compagni Garauv, Yadhav e Alemagar è in pericolo.
Costruiamo iniziative di denuncia e di solidarietà in difesa della loro vita.
Sosteniamo il PCN(M) e la guerra popolare in Nepal nella prospettiva della piena instaurazione di una Stato di Nuova Democrazia sulla strada del socialismo e del comunismo.
(tratto dal foglio “Nepal: 8° anniversario della guerra popolare” a cura del “Collettivo Comunista A. Gramsci” di Trento).

 

Viareggio, venerdì 28 maggio si è svolta l'iniziativa per Cuba e i 5 compagni cubani detenuti nelle carceri Usa
La compagna Maria Elena Pena e i compagni Carlos Ruiz Domingo Tejera, Jesus Guillermo Del Valle Guzman (Tatica) e Felipe Antonio Lezcano Quesada sono arrivati da Roma nel primo pomeriggio e sono stati ricevuti dall’Amministrazione comunale di Viareggio.
In serata, la compagna cantante, il compagno attore ed i compagni chitarristi hanno tenuto lo spettacolo al C.S.A. “S.A.R.S.”, frequentato prevalentemente da giovani. Prima dello spettacolo si è tenuta la cena sociale, a seguire gli interventi dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba della Versilia, del Comitato “Cuba Resiste” di Lucca e di un compagno del “S.A.R.S.”, promotori dell’iniziativa assieme al Comitato di Appoggio alle lotte dei popoli di Viareggio e Versilia e al Comitato di Solidarietà con Cuba “Fabio Di Celmo”.
Gli interventi hanno sottolineato: - l’importanza della solidarietà internazionalista nei confronti di Cuba e del suo popolo che da decenni resiste all’aggressione dell’imperialismo Usa; - la denuncia dei provvedimenti, anche recenti, dell’amministrazione capeggiata da Bush che tendono a strangolare l’economia cubana con l’obiettivo di rovesciare il potere politico costruito con la Rivoluzione; - il sostegno ai 5 compagni eroi della Rivoluzione cubana detenuti nelle carceri Usa.
Lo spettacolo, applaudito ripetutamente, è stato seguito con passione da circa 250 compagni/e; all’iniziativa, che si è svolta dalle ore 20.00 alle ore 01.00, hanno partecipato complessivamente molte più persone.
I commenti sono stati, da parte dei presenti, molto positivi per la bravura e la professionalità manifestata dai compagni artisti e per il contenuto e l’organizzazione della serata.
Sabato 29, i compagni cubani sono stati accompagnati a visitare Torre del Lago Puccini (Lu), Pisa e Firenze e poi sono ripartiti per Roma.

Comunicato 
sui fatti del 5 giugno a Padova

L'Assemblea Nazionale Anticapitalista e Linearossa esprimono la piena solidarietà militante e di classe ai/le compagni/e del “Gramigna” colpiti nuovamente dalla repressione dello Stato capitalista.
Questa ennesima azione di forza della polizia è un'ulteriore dimostrazione di come lo Stato tratta l’opposizione all’attuale regime ed il conflitto politico e sociale.
In piena campagna di guerra sul fronte internazionale e di repressione preventiva sul fronte interno, alimentata anche dal clima elettorale, le cariche, i pestaggi, le denunce, le perquisizioni, gli arresti ed il carcere fanno parte dell'azione dello Stato, dei suoi governi e dei suoi apparati di prevenzione, di controllo e di repressione.
C'è totale continuità tra il sostegno alla guerra imperialista delle truppe d'occupazione italiane in Iraq, le cariche di polizia agli operai della Fiat di Melfi e la repressione sistematica delle componenti del movimento di classe e rivoluzionario che lottano contro la borghesia imperialista, italiana ed internazionale.
Rispondiamo alla repressione con la solidarietà di classe e con un movimento rivoluzionario e proletario unito ed organizzato.
Fuori i compagni dalle galere.
Senza tregua contro lo Stato del Capitale

 06 GIUGNO 2004                                                  Assemblea Nazionale Anticapitalista e Linearossa

 

Solidarietà per Dorigo
Livorno. Il 14 maggio scorso, Linearossa ha partecipato al presìdio in favore di Paolo, promosso da vari organismi, di fronte al Tribunale. Paolo è sotto processo in quanto accusato di “danneggiamenti ed altri reati” commessi per essersi opposto alle violenze subìte e al trasferimento nella sezione di psichiatria nella primavera del 2002.
La giustizia borghese processa Paolo per aver difeso ostinatamente la sua identità di rivoluzionario da continue umiliazioni, soprusi, vessazioni e aver impedito il suo tentativo di annientamento.
Il processo è stato rinviato ad ottobre

 

 

 

 

 

 

 

 

[Alcuni articoli del Foglio del 06/03/2004]

Con la Resistenza irakena e palestinese!

Il 20 marzo ‘03 iniziava la guerra anglo-americana, con il supporto dei paesi della Nato,  contro l’Iraq, una guerra che seguiva a un lungo e criminale embargo verso questo paese, precedentemente distrutto durante la guerra del Golfo nel ‘91.
Il 1° maggio ‘03 il presidente Usa, Bush, dichiarava la fine della guerra a fronte di una resistenza popolare sempre più incisiva che, con il tempo, riusciva a combinare azioni di guerriglia con sommosse e manifestazioni di piazza, e cominciava a far sentire la sua voce contro invasori ed occupanti, ogni giorno più feroci che possiedono le più tremende armi di distruzione di massa.
In tutto il mondo milioni di uomini e donne hanno dato vita a grandi manifestazioni contro la guerra e per la pace, un movimento ampio e variegato che ha riempito strade e piazze nei mesi che hanno preceduto l’inizio della guerra e nei giorni immediatamente successivi.
Dopo, le manifestazioni nel nostro paese sono cessate di colpo: a nostro avviso perché alla testa di queste manifestazioni ci sono istituzioni e organismi che non possono e non vogliono lavorare per lo sviluppo della lotta di classe favorevole ai lavoratori e alle lavoratrici, ma solo cavalcare, per interessi di bottega, la giusta indignazione popolare alla guerra; una forza, quella delle mobilitazioni, da spendere politicamente a proprio vantaggio nella lotta politica e nelle varie contese e lotte intestine.
Abbiamo partecipato alle grandi manifestazioni con l’obiettivo di portare il nostro contributo contro la guerra imperialista; nei mesi del riflusso, là dove le nostre forze ce lo hanno permesso, abbiamo continuato la mobilitazione per un lavoro di sensibilizzazione, controinformazione e informazione. Consideriamo questo modo di procedere positivo, ma si tratta solo di una goccia nel mare.
Riguardo alla propaganda che abbiamo svolto: ritenevamo fosse necessario andare oltre il fatto che la guerra all’Iraq è una guerra di rapina, visto che tutte le guerre imperialiste lo sono. Ci siamo sforzati di mettere in luce che, a causa della crisi generale del sistema capitalista, le contraddizioni di questa epoca (tra paesi imperialisti, tra questi e i paesi dipendenti, tra borghesia e proletariato) vanno verso il loro massimo sviluppo e che le varie frazioni di borghesia imperialista per far fronte a queste contraddizioni non possono più governare come nel passato. Questo è il dato che caratterizza la politica interna ed internazionale dei paesi imperialisti. 
L’esempio della parabola discendente di un personaggio come Saddam Hussein, in un primo tempo istruito (ricordiamo, per esempio, come nel ’82 arrivano, a Bagdad, i caccia francesi, gli esperti tedeschi e la tecnologia inglese ed italiana) e foraggiato dagli Usa, è in questo senso illuminante. O l’introduzione da parte di Usa e Gran Bretagna del concetto di “difesa legittima preventiva” ignoto al diritto internazionale. Intanto il governo Berlusconi-Bossi-Fini, che partecipa alla spartizione del bottino irakeno, come i governi precedenti (non dimentichiamo l’avvallo diessino all’aggressione Nato contro la Jugoslavia), continua nella sua opera di smantellamento ed erosione delle conquiste che le classi subalterne, a costo di enormi sacrifici e anche a prezzo delle loro vite, avevano conquistato nei decenni successivi alla fine della 2° Guerra mondiale
Anche in politica interna i nostri oppressori non possono continuare a governare come in passato e devono attaccare tutto, sviluppare vari strumenti repressivi, farsi le “scarpe” l’uno con l’altro, perché nessuno vuole “scomparire”, ma anche portare avanti un attacco sempre più insidioso e denigratorio verso il comunismo, in generale, e verso la Resistenza 1943-’45, in particolare. Come abbiamo scritto in diverse occasioni e come continueremo a scrivere: per “disarmare” la resistenza di classe nel nostro paese e attaccare la resistenza dei popoli nel mondo.
In occasione della manifestazione del 20 marzo vogliamo ricordare che la resistenza del popolo iracheno dice ai popoli oppressi e alle classi sfruttate dei paesi imperialisti quello che già hanno imparato altri popoli, come il popolo palestinese, quello che a suo tempo, durante la Resistenza 1943-‘45, impararono i nostri padri e le nostre madri e i loro padri e le loro madri: i popoli oppressi e le classi sfruttate non si sottomettono facilmente, non si fanno facilmente spogliare, derubare, opprimere.
La resistenza di classe e dei popoli sono di stimolo, di esempio e di aiuto reciproco. Mostrano che nessuno è solo, nel mondo, nella sua lotta e che ciascuno può contribuire alla lotta generale contro il nemico comune: l’imperialismo. Come comune (affrontando, ciascuno, i vari stadi di sviluppo che la lotta tra borghesia e proletariato attraversa) è la prospettiva per liberarci dall’oppressione e dallo sfruttamento.
Ogni frazione di borghesia imperialista attacca a 360° e ogni attacco, a causa della crisi generale del sistema capitalista, sarà sempre più “per la vita o la morte”. La resistenza di classe e dei popoli deve svilupparsi perché non è sufficiente ostacolare l’imperialismo, questo nemico dell’umanità; è necessario abbatterlo per sempre.
Per abbattere l’imperialismo è necessaria la rinascita del movimento comunista in tutto il mondo; solo il movimento comunista è in grado di dirigere lo sviluppo, in senso positivo per le masse, della resistenza dei popoli e di classe. Il movimento comunista possiede la concezione e il metodo più giusto per coniugare la lotta più intransigente all’imperialismo con la prospettiva (il comunismo) che l’umanità necessita per uscire dalla sua preistoria. Questo, per noi, significa: l’imperialismo avvicina la classe operaia e i popoli oppressi alla rivoluzione.

 

A fianco di Cuba e del suo popolo!
Libertà per i 5 compagni cubani! 

Il 24 febbraio, presso l’ambasciata cubana a Roma, la compagna del Parlamento Cubano ha denunciato la martellante campagna mediatica contro Cuba condotta negli ultimi mesi dal governo Bush, mediante la quale viene propagandata la “Necessità di accelerare il processo di democratizzazione a Cuba”.
La campagna si aggiunge all’embargo e all’incarcerazione dei 5 patrioti cubani: il 10 marzo inizia a Miami il processo d’appello contro le condanne ai compagni ingiustamente detenuti nelle carceri Usa per aver scoperto e denunciato le attività dei gruppi terroristi della mafia cubano-americana a Miami.
Il 19 febbraio il Presidente del Parlamento Cubano, Ricardo Alarcòn, aveva denunciato che il governo Usa congela i fondi che i gruppi di solidarietà della Francia avevano raccolto per pubblicare nel quotidiano “The New Times” un annuncio sul caso dei 5 cubani che hanno combattuto contro il terrorismo. Ha detto che gli Usa cercano di impedire che il popolo nordamericano conosca una verità molto semplice: ossia che è comandato da un governo terrorista, da delinquenti internazionali, che promuovono la guerra fuori dal loro paese, limitano la libertà e appoggiano gruppi terroristi creati, allenati, finanziati e appoggiati da loro stessi per 40 anni.

Dalla dichiarazione della Coordinatrice Nazionale della Francia per la liberazione dei 5 cubani prigionieri negli Stati Uniti del 21/02/04

La Coordinatrice ha saputo che:
- l’ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro, incaricato di applicare l’inumano ed ingiusto blocco contro il popolo di Cuba, ha deciso di paralizzare l’importo di 1.200 dollari nordamericani raccolti in Francia da diverse organizzazioni ed individui che erano stati inviati all’organizzazione statunitense “Peace for Cuba” a San Francisco, California, con lo scopo di pagare una pagina sul quotidiano New York Times a sostegno dei 5 cubani innocenti;
- la Ofac ha richiesto alla banca francese Credit Mutuel de Perpignan, dove è stato effettuato il bonifico bancario, di rispondere ad un questionario e ha aggiunto che, se non vi avesse risposto, non sarebbe stato effettuato il tramite. Le domande sono le seguenti: 1) Che cos’è “Peace for Cuba”? 2) Qual è la sua attività? 3) Che tipo di rapporti ha con Cuba? 4) Qual è la motivazione del bonifico bancario?

La Coordinatrice Nazionale della Francia per la Liberazione dei 5 cubani prigionieri negli Usa: denuncia quest’iniziativa arbitraria della OFAC che costituisce un elemento addizionale della guerra economica contro Cuba che, come è attualmente dimostrato, minaccia di estendersi agli amici del popolo cubano; esige la liberazione immediata dei fondi indebitamente trattenuti affinché possano arrivare a destinazione; richiede alle autorità degli Usa che atti assurdi come questi non si ripetano; avverte le autorità francesi sul tipo di azioni che danneggiano direttamente gli interessi degli individui e le organizzazioni legalmente stabiliti nel paese; saluta i compagni statunitensi che partecipano alla lotta; saluta i compagni statunitensi dell’associazione “Peace for Cuba” per il loro impegno alla causa dei 5.

 

Comunicato della Tayad in Belgio
Il Presidente della Tayad, Tekin Tangun, è stato rapito!

Irruzione di polizia nell’Ufficio della Tayad a Istanbul. Oggi pomeriggio (alle ore 18) la polizia sta perquisendo l’Ufficio dell’Associazione di supporto dei prigionieri politici, situata sulla piazza di Taksim a Istanbul. La polizia si sta preparando per fare un’irruzione nei locali del giornale dei giovani “Ulkemizde genclik”. Ieri e l’altro ieri, tutte le associazioni che solidarizzano con i prigionieri politici in sciopero della fame, ed anche i loro familiari, erano stati caricati dalla polizia ad Ankara. Per il momento non conosciamo la dimensione di questo attacco poliziesco. Tuttavia facciamo appello all’opinione pubblica internazionale a restare vigile di fronte a questa situazione inquietante.

Alt alla repressione poliziesca! Fermare l’ecatombe dei prigionieri politici! Abolizione dell’isolamento carcerario!

Tayad Comité Belgio
Bruxelles, 19 febbraio ’04 ore 17.00

Comunicato della Tayad
Pirateria nel cuore di Istanbul. Il Presidente della Tayad messo agli arresti ... Oggi, alle ore 16.45, la polizia munita di armi automatiche ha fatto irruzione nella nostra Associazione. Esibendo il loro mandato di perquisizione, hanno messo sottosopra la nostra Associazione. Siccome non hanno trovato nulla di sospetto, se ne sono dovuti andare con la coda tra le gambe. Cosa che non è nelle loro abitudini ... Infatti, verso le ore 20.20, il nostro Presidente Tekin Tangun è stato aggredito improvvisamente da un gruppo di poliziotti alla sua uscita dall’Associazione. Neanche l’avevano catturato, che già i poliziotti lo torturavano nel loro “furgone antiterrorismo”. Quando i compagni hanno provato ad impedire il suo arresto, l’autista del furgone è partito a tutta velocità tentando di schiacciarli. I poliziotti che hanno rapito Tekin Tangun sono gli stessi che avevano condotto la perquisizione. Questo atto di pirateria è soltanto un piccolo esempio di tutto ciò che abbiamo dovuto subire durante tutto il mese di febbraio. Da molti giorni, infatti, i membri della nostra organizzazione vengono sistematicamente fermati e condotti alla sezione antiterrorismo. Molti dei nostri compagni sono stati torturati e si sono trovati con le braccia rotte ... Tutto questo per impedirci di dire “Sapete che 107 persone sono morte in prigione?” Tutto questo perché denunciamo i massacri e le torture ... Noi continueremo, nonostante tutto, a fare luce sulle atrocità che subiscono i prigionieri politici.

Condanniamo la persecuzione della polizia contro la nostra Associazione e chiediamo la liberazione immediata di Tekin Tangun.

Le famiglie della Tayad, Istanbul, 19 febbraio ’04 ore 22.00

 

23 marzo 1944 - 23 marzo 2004:
60° anniversario dell'azione di via Rasella

  Il 23 marzo ’44, alle 15.45, una colonna di S.S. tedesche del battaglione Bozen, in assetto di guerra, mentre transitava in via Rasella, viene attaccata da un gruppo di patrioti dei Gap (Gruppi di azione patriottica) del Pci: 33 nazisti furono uccisi e 70 feriti. L’attacco era stato lungamente e minuziosamente studiato e approvato dalla Giunta militare del Cln (Comitato di liberazione nazionale), composta da G.iorgio Amendola, R. Bauer e Sandro Pertini e ne era stata data comunicazione anche ad Alcide De Gasperi.
Il passaggio della colonna tedesca, come fu segnalato da un membro dell’organizzazione clandestina (M. Fiorentini), si effettuava ogni giorno alla stessa ora; le S.S., provenienti dalla via Flaminia, verso le 14 attraversavano Roma. La colonna, preceduta da una pattuglia di 7 tedeschi che avanzavano con i mitra puntati, si chiudeva con una mitragliatrice pesante montata su un carretto. L’attacco avvenne in due punti, da via Rasella e da via del Boccaccio, in due tempi distinti: dapprima fu fatta esplodere, con una miccia, una carica di 12 kg di tritolo contenuta in una cassetta metallica preparata e adattata da partigiani delle Officine del gas e sistemata, con altri 6 kg di tritolo sfuso, in un carretto per la raccolta delle immondizie sospinto dal gappista Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, il quale fermò il carretto ed attese. Nei pressi, dietro la trasversale via del Boccaccio, s’erano appostati Salinari, Franco Calamandrei, F. Ferri ed altri gappisti. Il reparto S.S. s’inoltrò per via Rasella in ritardo sull’orario consueto. Al momento esatto calcolato in base alla durata della miccia, Calamandrei fece il segnale convenuto togliendosi il cappello. Bentivegna diede fuoco alla miccia, s’affrettò verso via Quattro Fontane dove lo attendeva Carla Capponi, si sbarazzò del berretto da spazzino, indossò un impermeabile che la compagna gli aveva portato e si allontanò. Subito gli altri gappisti attaccarono con bombe di mortaio il reparto investito dallo scoppio e poi si allontanarono. Immediatamente accorsero militari e alti ufficiali tedeschi; militi della “Nembo”, della “Barbarico”, dei battaglioni “Roma o morte”, fascisti della banda Koch e della milizia.che si diedero a sparare all’impazzata ed a scagliare bombe a mano contro i negozi e le finestre delle case, uccidendo una cameriera di palazzo Tittoni. Inermi cittadini vennero trascinati per le strade e gli uomini allineati in via Quattro Fontane con le mani in alto.

 

25 marzo 1944 - 25 marzo 2004:
60° anniversario della strage delle Fosse Ardeatine

  Il generale Maeltzer, accorse per primo, ebbro di alcool e d’ira, manifestando il proposito di trucidare sul posto tutti i fermati e di far saltare in aria l’intero quartiere; senonché l’ordine di Kesselring fu di passare per le armi 10 italiani per ogni tedesco ucciso.
L’ordine venne dal quartier generale di Hitler. Il maresciallo Kesselring ne affidò l’esecuzione al colonnello Kappler, il quale provvide a compilare le liste delle vittime, scegliendole fra i detenuti politici di Regina Coeli e del carcere di via Tasso.
Arrivò a 270 nomi e ne chiese altri 50 al questore Caruso che preferì abbondare indicandone 65. Cosicché le vittime furono 335 e non 320.
Per l’esecuzione furono scelte le cave Ardeatine, dove preventivamente i tedeschi provvidero a far brillare una mina per approntare una fossa unica. I martiri, trasportati su autocarri, in gruppi di 25, con le mani legate dietro la schiena, sul luogo dell’esecuzione, a 5 alla volta vennero fatti avanzare e costretti ad inginocchiarsi; altrettante S.S. li uccidevano con un colpo alla nuca. Il colonnello Kappler, non solo diresse l’esecuzione, ma volle assassinare di sua mano alcuni condannati.
Il 25 marzo il comando tedesco diramò il seguente comunicato:
Nel pomeriggio del 23 marzo, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italotedesca nuovamente affermata. Il comando tedesco perciò ha ordinato che per ogni tedesco assassinato 10 criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.
A questo abietto comunicato replicò immediatamente il comando dei Gap che, il 26 marzo, diffuse la seguente dichiarazione:
1) Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni, provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento, dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i Gruppi di Azione Patriottica.
2) Tutte le azioni dei Gap sono dei veri e propri atti di guerra che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e fascisti contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla capitale, distruzioni e vittime.
3) L’attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da 2 gruppi di Gap usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità, audacia.
4) I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella, hanno sfogato il loro odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei Gap è caduto nelle loro mani, né in quelle della polizia italiana. I 320 italiani massacrati dalle mitragliatrici tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà spietata e terribile! Lo giuriamo!
5) In risposta all’odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco, il comando dei Gap dichiara che le azioni di guerra partigiana e patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi.
6) Le azioni dei Gap saranno sviluppate sino all’insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall’Italia, la distruzione del fascismo, la conquista dell’indipendenza e della libertà”.

[Parti tratte dall’“Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza” -Edizioni La Pietra e da “La storia della Resistenza - Edizioni Riunite”]

 

Fascismo vecchio e nuovo ...

I fascisti di “Uomo e libertà” nell’ambito della campagna per la grazia a E. Priebke, l’ufficiale nazista condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, avevano organizzato, per sabato 6 marzo, un sit-in in piazza a Roma. Tra le adesioni anche quelle dell’avvocato Taormina, deputato di Forza Italia, e di A. Serena, ex deputato di Alleanza Nazionale, allontanato per aver diffuso un video autobiografico su Priebke. L’Anpi (Associazione partigiani d’Italia), la Comunità ebraica, gli antifascisti romani avevano promosso due contro-manifestazioni di piazza. Alla fine, tutte le iniziative sono state vietate dalla prefettura per “motivi di ordine pubblico” e quella in favore di Priebke si è svolta al chiuso.
Non era mai avvenuto che uno dei responsabili della strage alle Ardeatine, “assistito” da fascisti italiani, osasse scendere in piazza per chiedere la grazia per una condanna all’infamia dei 9 mesi di occupazione nazista (di stragi e torture) a Roma. Priebke aveva l’ufficio in via Tasso, nel carcere delle S.S. dove centinaia di partigiani, antifascisti ed ebrei, furono massacrati. Le cifre dell’occupazione nazista: 600 caduti nella battaglia in difesa di Roma, 200 civili morti, 80 fucilati a Forte Bravetta, 335 alle Fosse Ardeatine, 400 deportati dal Quadraro e mai più tornati, 14 assassinati a La Storta, 2.000 partigiani romani torturati e assassinati nelle carceri, 2.000 ebrei deportati dal Ghetto (ne tornarono un centinaio).

  La vicenda processuale di Priebke, condannato per crimini contro l’umanità, inizia nel ’95, una volta estradato dall’Argentina, dove si era rifugiato. Il 1° agosto ’96 il Tribunale militare di Roma emette la sentenza di condanna per la strage alle Ardeatine, ma, ritenute le attenuanti prevalenti sulle aggravanti, dichiara prescritto il reato. A questo punto, centinaia di persone, in gran parte familiari delle vittime, fuori dall’aula al momento della sentenza, protestano al tal punto da impedire a giudici, imputato e suo avvocato di uscire dall’aula. Così, viene ordinato immediatamente un nuovo arresto. La Cassazione esamina il ricorso presentato dal pubblico ministero contrario alla decisione della Corte d’Appello militare che ha respinto l’istanza di ricusazione. Il 15 ottobre ’96 la Cassazione accoglie il ricorso e il 7 marzo ’98 la Corte d’Appello militare di Roma condanna all’ergastolo Priebke, assieme al nazista K. Hass, per omicidio plurimo continuato. La sentenza diviene definitiva il 16 novembre ’98.

... e “antifascismo” padronale o popolare

  Per il fascista Fini che aspira, con sempre maggiore veemenza, a sostituire Berlusconi alla guida del paese, l’infamia delle leggi razziali o personaggi come Serena e Priebke (per fare alcuni esempi) rappresentano episodi ed elementi di disturbo. Fini nel conseguimento del suo obiettivo è costretto a ripudiare gli orrori del nazifascismo e squallidi personaggi, alla stesso modo dei sedicenti antifascisti o dell’“antifascismo” padronale. Questi signori sono gli stessi che “condannano” il ventennio fascista ma accettano e difendono il potere capitalista (industriali, finanziari, banchieri, etc.) di decidere della vita delle masse popolari, dello sfruttamento dei lavoratori, della corruzione, dei privilegi, delle stragi di Stato ...
L’“antifascismo” padronale trova un terreno d’intesa con Fini, con i fascisti in “doppio petto” e i fascisti “colti e civili”, perché fanno parte della stessa classe (la borghesia imperialista). Denigra la Resistenza 1943-’45, in particolare le sue forme ed esperienze più avanzate, per disarmare la classe operaia ed il proletariato di fronte all’attacco padronale e alle rapine dei loro governi.
L’“antifascismo” padronale è quello del padrone che mette i lavoratori in mezzo alla strada perché esuberi e quello dell’intellettuale che difende l’attuale regime. Il padrone e l’intellettuale di regime si dichiarano antifascisti, ma in realtà non lo sono. La storia insegna che padroni o intellettuali di regime, che oggi si dichiarano antifascisti, al mutare delle condizioni politiche diventano fascisti.
L’antifascismo popolare è, invece, la lotta contro il capitalismo, la miseria, l’oppressione e lo sfruttamento, la lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la libertà delle classi sfruttate.
L’antifascismo popolare è quello che unisce le masse popolari e sviluppa la lotta per la nuova società.

 

In ricordo del compagno Dax
Un anno fa a Milano, la notte del 16 marzo 2003, il compagno Davide Cesare, militante del Centro sociale "O.R.So." veniva assassinato per mano fascista. Dax, come ogni compagno assassinato dai fascisti e dallo Stato capitalista, vive nella nostra lotta.

 

 

  [Alcuni articoli del foglio n° 3 del 22/05/’03]

Sì all’articolo 18

A gennaio la Corte Costituzionale ha ammesso al voto il referendum per l’estensione dell’art.18 nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti. Il referendum si terrà domenica 15 giugno (dalle ore 8 alle 22) e lunedì 16 (dalle ore 7 alle 14).
A maggio del 2000, il Partito Radicale, sostenuto apertamente dalla Confindustria, promosse il referendum per cancellare l’art.18. La proposta fu bocciata per la mancanza del quorum. Il 68% degli elettori disertarono le urne, tra i votanti i 2/3 respinsero la proposta antioperaia. Fu una doppia vittoria in difesa di questa conquista, frutto, come altre, del ciclo di lotte operaie degli anni ’60.
Proprio con la legge n.604 del 15 luglio ’66, si affacciò il concetto di “giusta causa”, ma solo per aziende con oltre 35 dipendenti. Fu, comunque, un primo risultato.
L’approvazione dello “Statuto dei diritti dei lavoratori”, arrivò dopo lo straordinario ciclo di lotte operaie della fine degli anni ’60, con il biennio ’68/‘69. Questa legge (n.300 del 20/05/70), come altre di quella fase storica, pur essendo il prodotto di grandi mobilitazioni, si porta dietro un’ambiguità genetica. Infatti da una parte fu il frutto di imponenti lotte e quindi rappresenta una conquista da difendere e sviluppare; dall’altra fu, per la borghesia, il tentativo di contenere e bloccare la lotta stessa.
Lo “Statuto dei diritti dei lavoratori” prevede, all’art.18, la reintegrazione nel posto di lavoro.
Con la legge n.108 del 1990 (approvata in tempi rapidi per evitare il referendum proposto, allora, da Democrazia Proletaria), nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti, non viene applicato l’art.18, bensì gli artt.2 e 8 (modificati dalla 108) della legge n.604 del 1966, così che in caso di ‘licenziamento illegittimo’ non vi è obbligo di reintegrazione ma, a scelta del datore di lavoro, della riassunzione o del pagamento di una indennità, da un minimo di 2,5 mensilità ad un massimo di 6 e sino a 10 o a 14 mensilità per i lavoratori con anzianità superiore ai 10 o ai 20 anni.
Questa “tutela” è definita debole, rispetto a quella cosiddetta forte prevista dall’art.18, che in caso di licenziamento senza “giusta causa” o “giustificato motivo”, fa sì che a decidere sia il lavoratore (e non il datore di lavoro) per la reintegrazione o il risarcimento.
L’accordo del “Patto per l’Italia” del 5 luglio ’02, prevede per 3 anni una deroga all’art.18 per le imprese che, assumendo, superino la soglia dei 15 addetti. Questo patto scellerato tra governo, padroni e sindacati (Cisl e Uil), ha, comunque, dovuto tener conto della straordinaria e imponente mobilitazione di mesi in tutto il paese in difesa dell’art.18, tanto che altre misure che lo avrebbero ulteriormente sterilizzato sono state, per il momento, abbandonate.

L’attacco all’art.18, realizzato così in questa forma e al di sotto delle misure proposte dai suoi affossatori, si è combinato con l’attacco estremamente pesante (in parte realizzato, in parte in programma) alle condizioni e ai rapporti di lavoro a livello collettivo e individuale con la legge delega 30 e con i decreti delegati 848 e 848 bis, tanto da far prefigurare una vera e propria dittatura contrattuale datoriale.
Tra il “pacchetto Treu” ulivista (legge n.196 del ’97) e il “Libro Bianco” di Maroni c’è una differenza quantitativa: regolare meglio ed estendere di più la precarietà.
La “tutela forte” prevista dall’art.18 ha funzionato, e continua a funzionare, come un deterrente contro i licenziamenti arbitrari, lesivi del diritto e della dignità del lavoratore. Ma vi sono milioni di lavoratori esclusi da un diritto così essenziale (la tutela contro i licenziamenti senza “giusta causa”) come i lavoratori atipici, delle cooperative, gli interinali, a chiamata, co.co.co., etc.
Il referendum del 15-16 giugno è un tentativo di sanare, in parte, una situazione con lavoratori e lavoratrici differentemente tutelati. Un tipo di situazione che si può definire incostituzionale in quanto vìola articoli fondanti della Costituzione, in particolare sul principio di uguaglianza.
A proposito, la Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio ’48, dopo la lotta di liberazione dal nazifascismo, con il contributo determinante del movimento partigiano, diretto principalmente dal partito comunista, fu il compromesso tra forze politiche di diversa ispirazione (liberale, cattolica, socialista…).
Tanto che della nostra Costituzione potremmo dire che è formale nelle parti riguardanti i principi fondamentali, è invece materiale nelle parti dell’amministrazione dello Stato. Negli articoli a  tutela dei lavoratori è, per lo più, divenuta ormai carta straccia (che comunque vogliono distruggere), negli articoli a salvaguardia del potere costituito è applicata.
Lenin disse: “Quando le leggi si allontanano dalla realtà, la costituzione è falsa; quando esse sono conformi alla realtà, la costituzione non è falsa”.
La Costituzione italiana contiene ambedue gli aspetti: è falsa nelle frasi altisonanti tendenti a tutelare le masse popolari, non è falsa negli elementi essenziali a protezione degli interessi della classe dominante.
I comunisti e i rivoluzionari hanno il compito di smascherare l’ipocrisia e l’inganno delle costituzioni borghesi e allo stesso tempo devono utilizzare gli aspetti delle costituzioni borghesi che possono essere usati come arma contro la stessa borghesia.
Rifiutare di servirsi della costituzione borghese per condurre meglio le lotte è un grave errore, come è altrettanto un grave errore invitare le masse a riporre cieca fiducia nella costituzione borghese. Vorrebbe dire essere prigionieri del pregiudizio borghese.

L’imperialismo è il nemico dei popoli,
il comunismo è il futuro dell’umanità

  Nell’attività di questo ultimo periodo e, in particolare, nell’attività contro la guerra imperialista all’Iraq, abbiamo teso ad evidenziare:
1) che la crisi generale, mondiale e di lunga durata del sistema capitalista, rende le contraddizioni, all’interno della classe dominante (la borghesia imperialista) sempre più gravi e acute e che queste contraddizioni stanno conducendo le classi lavoratrici e i popoli oppressi in una nuova carneficina di dimensioni mondiali;
2) che la resistenza delle masse dei paesi imperialisti e delle colonie e semicolonie è l’aspetto positivo generale e la base per il futuro del mondo;
3) che i comunisti sono i più coerenti antimperialisti e anticapitalisti (come, nella Resistenza 1943-’45, in Italia, furono i più coerenti e conseguenti antifascisti), perché, con lotta per il comunismo, attraverso la rivoluzione socialista per i paesi imperialisti, la rivoluzione di Nuova Democrazia per i paesi coloniali e semicoloniali, si risolvono le contraddizioni principali (e con esse quelle secondarie) dell’epoca imperialista: la contraddizione che oppone il lavoro al giogo del capitale e la contraddizione che oppone i paesi imperialisti ai popoli oppressi.
Dopo la guerra del ’99 in Jugoslavia e dopo le manifestazioni contro la guerra, dopo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici contro gli attacchi padronali, dopo numerosi atti repressivi come il “listone” degli 88 in Italia o l’arresto, in Francia, di 7 dirigenti, tra cui il segretario, del PCEr, o il massacro, nelle carceri turche, dei prigionieri politici in sciopero della fame fino alla morte, con l’articolo “Invertire la rotta”, nel dicembre
2000, abbiamo scritto: “La lotta alla repressione, come la lotta alla guerra imperialista e la resistenza al capitalismo delle classi sfruttate e oppresse, sono terreni nei quali la nostra attività deve essere finalizzata alla ricostruzione del partito; negli ultimi decenni, per l’incapacità dei comunisti di ricostruire l’Organizzazione politica superiore, questi terreni hanno risentito in misura crescente della mancanza di una direzione politica generale, diventando luoghi di coltura per spontaneisti vecchi e nuovi. Gli organismi, che da questi terreni sono nati, hanno perso il carattere permanente, la capacità di accumulare forze e di educare e sono scaduti in forme organizzate sempre più ristrette e transitorie.”

Oggi, dopo la guerra all’Iraq e le straordinarie mobilitazioni di massa contro questa guerra, dopo gli attacchi repressivi di massa, come a Napoli il 17 marzo ‘01 e il 20-21 luglio ’01 a Genova con la morte di Carlo Giuliani, e selettivi, come l’arresto e l’uccisione di due militanti rivoluzionari a marzo di quest’anno, dopo la recrudescenza fascista e la morte del compagno Dax a Milano, la messa fuori legge di organizzazioni politiche, in varie parti del mondo, dopo le grandi mobilitazioni sull’art.18 e le lotte degli operai Fiat, il nostro giudizio non è cambiato. Il giudizio che diamo si è anzi rafforzato, perché quando la resistenza di classe cresce, diventa più che mai evidente il compito che i comunisti hanno in questa fase.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento che ci viene dalla rivoluzione d’Ottobre (1917) dove il partito comunista seppe unire “in un solo torrente rivoluzionario” movimenti diversi come quello per la pace, per le terre, per l’uguaglianza nazionale, per il rovesciamento della borghesia.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento della nostra Resistenza 1943-’45 dove il partito comunista seppe unire le masse all’insegna della parola d’ordine: “pane, pace e libertà”.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento di Mao, durante la guerra di resistenza al Giappone, quando afferma che, conquisterà la fiducia del popolo chi sarà capace di guidarlo ad abbattere l’imperialismo. Che sarà il salvatore del popolo chi saprà dirigerlo ad instaurare un sistema democratico. Che la storia ha provato che questo compito ricade sulle spalle del proletariato.
La rinascita del movimento comunista internazionale, la direzione coerente contro ogni sfruttamento ed oppressione, passa attraverso la costruzione, la ricostruzione e il rafforzamento di autentici e quindi unici, partiti comunisti in ogni paese.

 

  Altri articoli del foglio n° 3 del 22/05/’03

-Non solo art.18

-Fischi a Pezzotta

-Rappresaglia: licenziamento politico alla Geofor

-Dalla Cub trasporti-settore aereo di Sigonella

-Piaggio. Scioperi, picchetti e cortei interni

-Solidarietà antifascista

-Dal comunicato dell’Assemblea Nazionale Anticapitalista: contro la repressione, unità del movimento di classe

-Comunicato “Contro l’imperialismo"! A fianco di Cuba

-Guerre e interventi militari USA negli ultimi 150 anni

Il foglio può essere richiesto alla redazione: Redazione Linearossa, via del Terminetto 35, 55049 Viareggio - tel/fax 0584961917- e-mail: linearossa.sn@tiscali.it