CONTRO L'OCCUPAZIONE IMPERIALISTA A FIANCO DELLA RESISTENZA IRACHENA

Bombardamenti, imboscate, torture, rapimenti e decapitazioni. Niente e nessuno è risparmiato dalla carneficina in atto in Iraq, scatenata dall'invasione imperialista. Una guerra atroce e senza esclusione di colpi, come tutte le guerre. E che non fa alcuna differenza tra militari e civili, mercenari e "volontari", tra forze armate e "organizzazioni non governative", tra arabi e "stranieri". In questo contesto, l'emozione per la sorte delle due "Simone" e la naturale solidarietà umana verso le loro famiglie, non possono comunque sviare da quella che è la cruda realtà e le conseguenti responsabilità. Tutto quello che sta accadendo in Iraq era largamente prevedibile prima dell'invasione e ora è chiara la malafede di chi professava improbabili trionfi della "democrazia", per coprire quella che è una sporca guerra a fini di lucro, scatenata dai guerrafondai made in Usa. Non passa giorno in Iraq senza che le truppe d'occupazione non compiano raids che lasciano al suolo numerosi morti e feriti iracheni, per lo più civili, che dai mass media di regime vengano contabilizzati come semplici "effetti collaterali".
E non passa giorno senza che la Resistenza irachena colpisca le forze occupanti, inferendo duri colpi che le danno più forza, facendo ingoiare al nemico le sue iniziali e imprudenti dichiarazioni di vittoria. Di fronte a queste difficoltà la risposta degli Usa è rappresentata dall'escalation dei bombardamenti e della "guerra sporca".
Una guerra sporca che sul fronte mesopotamico calca sull'equazione "resistenza=terrorismo", in nome della quale si compiono massacri indiscriminati, come la recente mattanza attuata con il bombardamento delle roccaforti della Resistenza (Falluja, Najaf, Samarra, Tal Afar … ), per poi impedire l'accesso ai soccorsi e applicando la tortura dei prigionieri come prassi sistematica. Mentre negli stessi paesi imperialisti mira a neutralizzare il movimento contro la guerra, ad isolarne le componenti antimperialiste attraverso la loro criminalizzazione e a creare un clima di caccia alle streghe contro gli immigrati, in particolare arabo-mussulmani. Un disegno politico-militare di disarticolazione della Resistenza arabo-irakena e dei movimenti di opposizione alla guerra che risulta evidente attraverso vari fattori. La sbandierata "lotta al terrorismo", infatti, rappresenta il cavallo di troia con il quale i vertici del potere imperialista ingaggiano la loro guerra permanente contro i popoli del mondo e, al tempo stesso, rappresenta la foglia di fico di quei sedicenti oppositori della guerra che, sbandierando ipocritamente la non violenza come metodo di "lotta" vincente, confondono le acque tacciando da "terrorista" chiunque imbracci un'arma contro gli occupanti - imperialisti, sionisti o reazionari che siano - ed i loro collaborazionisti. La resistenza armata della guerriglia irakena, evidentemente disturba non solo l'attuale governo di guerra berlusconiano, ma anche la posizione della "sinistra alternativa" in doppiopetto. Quanto sta accadendo nel nostro paese conferma le trame di tale disegno. Le strumentali dichiarazioni del presidente della Camera Casini all'indomani del sequestro delle due "Simone", che ha tuonato dicendo di "non voler più sentire parlare di resistenza", l'hanno ampiamente confermato. Così come il vergognoso vertice di Palazzo Chigi tra maggioranza e "opposizione" svoltosi l'8 settembre, che ha visto i segretari dei partiti che a maggio avevano - a malincuore - votato per il ritiro delle truppe, correre in soccorso del governo Berlusconi, cogliendo il propizio appiglio patriottico della salvezza delle due "connazionali" per riciclarsi in senso imperialista, la dice lunga sull'etica e la morale di questi signori.
Puzza di marcio e di razzista il senso di "responsabilità patriottica" del centro-sinistra, che ha portato Berlusconi e quant'altri a ribadire che l'Italia rimarrà in Iraq a tempo indeterminato; un ipocrita senso di "solidarietà nazionale" che si sta consumando mentre centinaia d'iracheni - ovviamente "vittime di serie B" per questi "patrioti" - perdono la vita sotto i bombardamenti Usa da Sadr City a Falluja. Un senso di oggettiva - ad esser generosi… - compartecipazione al disegno imperialista che ha indotto Bertinotti a dichiarare che si "impone una gerarchia di valori per cui al primo posto c'è la salvezza delle due volontarie… e la lotta al terrorismo", e che quindi la richiesta del ritiro delle truppe dall'Iraq può aspettare. Bertinotti, con simili prese di posizione, scade in una forma di razzismo nel senso che la vita delle due italiane avrebbe ben altro valore rispetto a quella delle decine di migliaia di iracheni, fin qui morti grazie alla guerra condotta dalle truppe d'invasione. A nostro avviso i comunisti, i rivoluzionari, i sinceri democratici e coloro che hanno a cuore la Pace, debbono dare un valore unico e massimo alla vita umana, non facendo ignominiose differenze di passaporto o di latitudini di nascita. Un clima da "solidarietà nazionale", questo, che assomiglia sempre più all'ennesimo inciucio bipartisan filoimperialista. Forse non si saprà mai come siano veramente andate le cose in questa ennesima, oscura vicenda, ma alcuni fatti sono incontrovertibili. Di sicuro c'è una gravissima responsabilità politica che pesa su chi, dentro il Ministero degli Esteri, nell'Ambasciata d'Italia a Baghdad, nei servizi di sicurezza e anche nelle "organizzazioni non governative", avrebbe dovuto valutare l'opportunità di mantenere nel vaso di Pandora iracheno persone come Baldoni o le due "Simone", inviate alla stregua di dilettanti allo sbaraglio o, peggio ancora, come carne da macello, alla mercè di eventi macroscopicamente più complessi delle loro capacità di comprensione. Tanto più grave è poi la responsabilità di questi "patrioti", se si prende in considerazione il fatto che non hanno saputo - o voluto?- prendere in seria considerazione l'avvertimento lanciato, sotto forma di razzi RPG verso le sedi di "Un ponte per…" e di "InterSOS", solo pochissimi giorni prima del rapimento.
In questo quadro torbido e drammatico, pensiamo che non sia un caso che l'amministrazione yankee abbia piazzato Negroponte come nuovo ambasciatore Usa in Iraq. Questo signore, che impartisce gli ordini al fantoccio Allawi e che è di fatto il reale capo del governo irakeno, si è formato nella lotta contro la rivoluzione sandinista e la guerriglia salvadoregna, ed è uno dei massimi esperti di controguerriglia e stragismo della Casa Bianca.
Un altro tassello utile, quindi, nella strategia di chi vuol far passare la resistenza armata irachena per "terrorismo" e i veri terroristi (le forze occupanti) come dei liberatori. E, intrappolandolo, si vuole far abbracciare la "lotta al terrorismo" al movimento contro la guerra per confonderlo ed inquinarlo, per isolare i settori più coerenti che dell'antimperialismo e dell'anticapitalismo fanno la loro bandiera di lotta e mobilitazione, per governare al meglio un fronte interno già ricco di tensioni politiche, economiche e sociali e che stanno alla base delle recenti lotte che hanno investito luoghi di lavoro e territori. Tutto questo mentre si occupa un Paese che non vuole essere né occupato, né saccheggiato, né martoriato.
I fatti dicono che il prezzo pagato dal popolo e dalla Resistenza irachena nella guerra contro gli occupanti è altissimo. Secondo una recente e "prudente" stima della Human Rights Organization, dall'inizio del conflitto sarebbero oltre 30.000 le vittime irachene, mentre 80.000 le persone imprigionate. Quindi si può affermare che per ogni militare Usa ucciso (le stime, calmierate dagli alti comandi Usa, parlano di oltre 1.000 militari uccisi), 30 irakeni hanno pagato con il proprio sangue e 80 con il carcere, subendo (come documentato) persino sevizie e torture. La sedicente democrazia a stelle e strisce, o meglio il terrorismo imperialista, ha argomenti da vendere anche al nazismo in quanto ad atrocità e crudeltà. Per tutto ciò il movimento contro la guerra non deve cedere all'emotività e farsi trascinare nella trappola della "solidarietà patriottica antiterrorista", facendosi distogliere dai suoi contenuti politici e da quella che è la soluzione più idonea a risparmiare lutti e sacrifici a tutti: la fine dell'occupazione imperialista dell'Iraq. Bisogna mobilitarsi per agire contro i veri responsabili di questa guerra coloniale, che stanno seminando terrore e morte nella popolazione irakena. I Bush, i Blair, i Berlusconi sono solo l'immediata rappresentazione politica del vero terrorismo, l'oligarchia finanziaria che sta alle loro spalle è il vero problema da affossare assieme al loro marcio sistema d'oppressione e di sfruttamento. La falsa "opposizione" è la loro squallida ombra.

CONTRO L'IMPERIALISMO A FIANCO DELLA RESISTENZA ARABO-IRACHENA
FINE DELL'OCCUPAZIONE IMPERIALISTA E SIONISTA DELL'IRAQ E DELLA PALESTINA

Assemblea Nazionale Anticapitalista - Linearossa